127 Hours, ultimo lavoro di
Danny Boyle (
Oscar 2008 per The Millionaire) conquista il pubblico americano e continua a essere causa di svenimenti in sala per la crudezza e il realismo delle sue scene. Il film porta sul grande schermo la vera storia di Aron Ralston, lo scalatore rimasto intrappolato per sei giorni nella gola di un canyon e che, per sopravvivere, si è amputato un braccio con mezzi di fortuna: “La prima reazione che ho avuto quando ho letto la storia sui giornali – racconta Boyle - è stata quella di chiedermi se sarei stato in grado di compiere lo stesso gesto; questo è il cuore del film, l’essere umano ha uno spirito di sopravvivenza tale che lo porta a compiere gli atti più estremi per salvare la propria vita, può sembrare impossibile, ma tutti noi avremmo fatto lo stesso, non ho dubbi; questo era il sentimento che volevo trasmettere, la straordinaria energia umana di non arrendersi mai, qualcosa che gli animali fanno tutti i giorni; noi non siamo diversi, è un messaggio universale bellissimo.”
Convincere
Aron Ralston non deve essere stata un’impresa facile, considerata la tragicità della sua storia: “Inizialmente lui voleva farne un documentario; era la sua vita, non era semplice metterla nelle mani di un estraneo. Gli ho promesso che avremmo trattato la vicenda con rispetto e sentimento, oltre che con la cruda veridicità che meritava, per questo ha accettato di farne un film. Il suo è stato un viaggio, noi abbiamo lasciato intendere che l’avesse completato, ma sono sicuro che nella realtà non sia così, quello che gli è successo gli ha cambiato la vita per sempre e non solo dal punto di vista fisico, la sua anima sta andando incontro a una trasformazione complessa.”
Subito dopo la tragedia, lo scalatore ha scritto
Between a Rock and a Hard Place (in ristampa con il titolo omonimo del film), nel quale racconta la sua esperienza: “Ho guardato anche molto attentamente il filmino che ha girato mentre era intrappolato; nel libro alterna la descrizione degli interminabili istanti intrappolato dalla roccia alla sua vita quotidiana e, mentre leggevo queste ultime parti, non vedevo l’ora di ritornare nel canyon; ecco perché ho cercato un attore che potesse sopportare il carico fisico ed emotivo delle riprese di 127 Hours, volevo che lo spettatore fosse in quel canyon con il protagonista e che non lo abbandonasse fino alla fine.”
Non è stata un’operazione semplice, il film rischiava di diventare un lungo monologo: “Concordo ma, invece di allontanarci dalla vicenda reale e allargare il campo del racconto alla sua vita fuori dal canyon, abbiamo voluto amplificare e magnificare la storia e le limitazioni che questa comportava; ovviamente è stato possibile procedere in questo modo perché abbiamo trovato un attore,
James Franco, in grado di ripercorrere quel viaggio e che ha permesso allo spettatore di tollerare momenti di tensione quasi insopportabili. Il pubblico rimane inchiodato allo schermo, ne ha bisogno, qualcuno ha ceduto, è vero, ma generalmente la vicenda è talmente intensa che ipnotizza, nonostante la crudezza e la condizione estrema del protagonista.”
L'uomo che sfida la natura sembra essere un tema sempre più ricorrente a Hollywood. Ha ispirato film come
Il richiamo della foresta o
Into the Wild: “Credo anche che sia un fenomeno molto americano; prendiamo Aron, parte per l’escursione senza avvertire nessuno, senza lasciare un recapito, senza dire dove si trova, c’è il brivido della sfida dietro a questo atteggiamento, la sfida contro una natura che spinge l’uomo oltre i propri limiti, fisici e psicologici, l’uomo solitario che esplora l’Ovest, l’individuo che deve/vuole raggiungere la sua meta da solo per poi rendersi conto, solo alla fine, di quanto siano importanti gli affetti e i compagni di vita.”
127 ore di viaggio intimo ed esistenziale, quindi, non solo brivido e adrenalina: “Il film non poteva essere una storia di sopravvivenza, abbiamo raccontato un percorso, un processo, quello di un uomo che muore e rinasce, che impara a chiedere aiuto ma che, nonostante tutto, non smette di vivere le proprie passioni.”
Alice Carboneda "Il Mattino" del 18/11/2010