My world in words

My world in words...something new (almost) everyday!







Friday, November 26, 2010

Wild Orchid




That is just a lie, and you know it well;
I can’t find a single picture of that life, and it seems to me that it never really existed, if not in my worst nightmare. I tried to go back to that time with my sick mind, and it wasn’t even painful, it was just physical energy consumption, and a sad waste of life force that could have been used to feed my soul instead.
No music letting me float among the others, and no special art to be starred at like a clear winter sky; there was no fucking harmony composing that bunch of irregular lines, just wasted on a piece of paper already soaked with your poisoned blood; no excuse for my need of it, if a real need it was…
Chemical sugar.
Right, I would kill myself for letting you do this again and yet, I’m wasting time slowly giving you way in; you’re dead and you don’t even know it, why don’t you just stop barely surviving, while consciously murdering human lives? Shame on you, or…am I the one to blame?
It rained the other day, I let my hair go crazy wild, while breathing the chilly breeze of a northern fall and it felt different from what it used to be…I just couldn’t go further, and I quit before even touching the ground…
I was still sleeping, and the messy sheets gently covered my shivering skin.
A hotel room, and not even a mirror reflecting my dead body recovering from the long drive.
I didn’t wake up that morning.

I found out just two day later that I was already dead, digging your grave and waiting for a wild orchid to be the shadow of our love.


Foto: Stefania Rosini©
Testo: Alice Carbone©

Thursday, November 18, 2010

127 Hours: Il nuovo capolavoro di Danny Boyle





127 Hours, ultimo lavoro di Danny Boyle (Oscar 2008 per The Millionaire) conquista il pubblico americano e continua a essere causa di svenimenti in sala per la crudezza e il realismo delle sue scene. Il film porta sul grande schermo la vera storia di Aron Ralston, lo scalatore rimasto intrappolato per sei giorni nella gola di un canyon e che, per sopravvivere, si è amputato un braccio con mezzi di fortuna: “La prima reazione che ho avuto quando ho letto la storia sui giornali – racconta Boyle - è stata quella di chiedermi se sarei stato in grado di compiere lo stesso gesto; questo è il cuore del film, l’essere umano ha uno spirito di sopravvivenza tale che lo porta a compiere gli atti più estremi per salvare la propria vita, può sembrare impossibile, ma tutti noi avremmo fatto lo stesso, non ho dubbi; questo era il sentimento che volevo trasmettere, la straordinaria energia umana di non arrendersi mai, qualcosa che gli animali fanno tutti i giorni; noi non siamo diversi, è un messaggio universale bellissimo.”
Convincere Aron Ralston non deve essere stata un’impresa facile, considerata la tragicità della sua storia: “Inizialmente lui voleva farne un documentario; era la sua vita, non era semplice metterla nelle mani di un estraneo. Gli ho promesso che avremmo trattato la vicenda con rispetto e sentimento, oltre che con la cruda veridicità che meritava, per questo ha accettato di farne un film. Il suo è stato un viaggio, noi abbiamo lasciato intendere che l’avesse completato, ma sono sicuro che nella realtà non sia così, quello che gli è successo gli ha cambiato la vita per sempre e non solo dal punto di vista fisico, la sua anima sta andando incontro a una trasformazione complessa.”
Subito dopo la tragedia, lo scalatore ha scritto Between a Rock and a Hard Place (in ristampa con il titolo omonimo del film), nel quale racconta la sua esperienza: “Ho guardato anche molto attentamente il filmino che ha girato mentre era intrappolato; nel libro alterna la descrizione degli interminabili istanti intrappolato dalla roccia alla sua vita quotidiana e, mentre leggevo queste ultime parti, non vedevo l’ora di ritornare nel canyon; ecco perché ho cercato un attore che potesse sopportare il carico fisico ed emotivo delle riprese di 127 Hours, volevo che lo spettatore fosse in quel canyon con il protagonista e che non lo abbandonasse fino alla fine.”
Non è stata un’operazione semplice, il film rischiava di diventare un lungo monologo: “Concordo ma, invece di allontanarci dalla vicenda reale e allargare il campo del racconto alla sua vita fuori dal canyon, abbiamo voluto amplificare e magnificare la storia e le limitazioni che questa comportava; ovviamente è stato possibile procedere in questo modo perché abbiamo trovato un attore, James Franco, in grado di ripercorrere quel viaggio e che ha permesso allo spettatore di tollerare momenti di tensione quasi insopportabili. Il pubblico rimane inchiodato allo schermo, ne ha bisogno, qualcuno ha ceduto, è vero, ma generalmente la vicenda è talmente intensa che ipnotizza, nonostante la crudezza e la condizione estrema del protagonista.”
L'uomo che sfida la natura sembra essere un tema sempre più ricorrente a Hollywood. Ha ispirato film come Il richiamo della foresta o Into the Wild: “Credo anche che sia un fenomeno molto americano; prendiamo Aron, parte per l’escursione senza avvertire nessuno, senza lasciare un recapito, senza dire dove si trova, c’è il brivido della sfida dietro a questo atteggiamento, la sfida contro una natura che spinge l’uomo oltre i propri limiti, fisici e psicologici, l’uomo solitario che esplora l’Ovest, l’individuo che deve/vuole raggiungere la sua meta da solo per poi rendersi conto, solo alla fine, di quanto siano importanti gli affetti e i compagni di vita.”
127 ore di viaggio intimo ed esistenziale, quindi, non solo brivido e adrenalina: “Il film non poteva essere una storia di sopravvivenza, abbiamo raccontato un percorso, un processo, quello di un uomo che muore e rinasce, che impara a chiedere aiuto ma che, nonostante tutto, non smette di vivere le proprie passioni.”

Alice Carbone
da "Il Mattino" del 18/11/2010

Saturday, November 6, 2010

Anime, a sud del paradiso (JustLikeAlways)




Ci sono anime che vagano, cambiano pelle con il cambiare del vento, sono anime che non trovano un punto in cui fermarsi e che non riescono a respirare a pieni polmoni, mai; guardano nello specchio un’immagine riflessa che non riconoscono e che spesso odiano profondamente, la feriscono fino a farla sanguinare, la denigrano, umiliano, devastano con ogni mezzo possibile. Sono anime che vanno all’inferno, ritornano sulla terra per un istante e si rendono conto che si sentivano vive solo tra le fiamme, anime a cui il paradiso non fa gola…
Bruciano lentamente aspettando qualcosa, sempre in cerca di un brivido che permetta loro di passare allo stadio successivo, lottano costantemente contro pensieri, sentimenti ed emozioni contrastanti, nuotano in una confusione e in un disagio mentale che gli concede la grazia di creazione e, nei pochi momenti in cui la voce non urla nel vortice della loro essenza, riescono a porsi una sola domanda: e se bastasse accettare questa condizione? È così necessario lottare per adeguarsi, conformarsi e provare a essere felici? Valgono di più gli eterni attimi di dolore e mancata appartenenza, in ottica di un’arte derivante, o cinque minuti di malsana serenità e linea cerebrale piatta? Quanto costa il compromesso? Quando se ne paga il conto?
Queste anime si portano il fardello fino alla tomba, che spesso arriva troppo (poco) prematuramente; anime in guerra, toccate da un gelo pietrificante che le fa bruciare di vita in assurdi controsensi che fanno battere il cuore, disperati tentativi di salire a galla, di nuovo, ancora, l’ultima volta.
Chi è giudice di cosa è giusto o cosa no? E se fosse solo questione di scelta personale come portare il loro corpo a sei piedi sotto terra? E se quel famoso limbo non fosse altro che il sud del paradiso? La parte bassa, lontana dalla luce, ma illuminata di qualcosa di diverso, letale alla lunga, ma cosa non lo è? Nicotina e condensato sono forse più salutari? Accettare la condizione d’irrequietezza vorrebbe forse dire essere costrette a trovare nuovi limiti oltre i quali spingersi e da sperimentare fino alla morte?
Anime che non fanno parte di questo mondo e, per puro caso, si trovano nel suo vortice caotico per condividerne l’essenza.
Anime che vogliono e non vogliono, pregano e bestemmiano, si curano e distruggono, mangiano voracemente e muoiono di fame, si ubriacano e muoiono di sete.
Anime, che la gente rifugge, perché fanno paura, anime perennemente sole, sé stesse solo nel buio di una notte che tarda a sopraggiungere e che viene vissuta con immobile frenesia, movimento statico, tutto insieme, in una melma di sana follia.
Anime che, forse, devono solo trovarne un’altra simile per capire che sono reali e che non hanno colpe per cui chiedere perdono.


Foto: STEFANIA ROSINI

Thursday, November 4, 2010

Epicenter 2010, Alice & Stefania on the road!





Kiss Fans
Bush
Jared Leto





25-26 settembre; Fontana, California. Seconda edizione dell’Epicenter 2010.
Un autodromo, più di 50.000 persone, 45° di vento secco desertico. Il programma? 48 ore ininterrotte (o quasi) di musica e divertimento.
Grandi nomi sul palco: Eminem, Kiss, 30 Seconds to Mars, Blink 182, Bush, Papa Roach, Bad Religion, Rise Against, Suicidal Tendencies e molti altri.
Per due giorni interi, il minimo comun denominatore è stato musica, musica e ancora musica.
I primi concerti iniziano intorno alle 13.00; dopo l’esibizione dei Bush, che fanno viaggiare nel tempo, tornando nel rock anni Novanta, aumentano a vista d’occhio fan truccati come i Kiss, chiaramente amanti del rock che, però, saltano come molle e cantano a memoria ogni singola canzone di Eminem, artefice di una performance strepitosa cominciata con un lungo medley dei suoi pezzi più celebri, da My Name is a Loose Yourself, fino a commuovere il pubblico con una bellissima versione di I Love the Way You Lie dedicata a tutte le donne presenti: “Signore che mi state ascoltando, questa è per voi, per tutte voi che siete state imprigionate in una relazione dolorosa e disfunzionale”.
La prima giornata finisce con i Kiss che, per non sbagliare, propongono il loro spettacolo di sempre, ben eseguito e collaudato nel tempo; luci di scena a dir poco perfette (per la gioia della mia fotografa) energia vitale che, nonostante gli anni, supera di gran lunga quella di molte band della nuova generazione.

Secondo giorno: l’hip-hop lascia spazio al punk/rock: i gruppi di punta sono Rise Against, Blink 182 e 30 Seconds to Mars. La temperatura raggiunge livelli massimi, ma questo non ferma le migliaia di ragazzini dall’attendere ore e ore per vedere sul palco le loro band preferite.
30 Seconds to Mars finalmente on stage, bellissima interazione col pubblico, elettronica e musica suonata come in studio, il frontman, Jared Leto, canta e fa cantare i fan, urla, ritrova la sua voce da brivido e coinvolge anche i tanti punk che non sono lì per loro; molti pezzi del nuovo album e due capisaldi del precedente, Attak e The Kill; la performance si conclude con un centinaio di fan che Jared fa personalmente salire sul palco: lacrime, ragazzine in fibrillazione, l’emozione è palpabile e crea una versione molto coinvolgente di Kings and Queens (singolo tratto dal loro ultimo album).
È il turno dei Rise Against; è l’ora del punk californiano; con ritmica e suono impeccabile scatenano il pubblico che canta a memoria ogni singola canzone; poche parole e tanta musica in attesa del gran finale, con i Blink 182.
Un metallaro con T-shirt degli Slayer ballare sulle note di Eminem, un punk con cresta rosso fuoco cantare, quasi commosso, l’intro acustica di The Kill e una ragazzina, con il poster di Jared Leto in mano, pogare divertita a ritmo di All the Small Things (brano storico dei Blink 182).
Il potere di un grande festival di fine estate forse, o, più semplicemente, il potere universale della musica!

Foto: STEFANIA ROSINI